San Sperate: un modello di sviluppo locale

Relatore: Vincenzo Porcu. E’ possibile far coesistere nell’ambito dello sviluppo di un centro ancora rurale, ma fortemente connesso con un tessuto urbano, le forme architettoniche e urbanistiche della tradizione, l’arte moderna e l’idea di una comunità solidale, dell’abitato come valore, senza contraddire l’esigenza di essere parte di una società moderna? Il racconto di una stagione irripetibile, con la nascita del movimento Paese Museo e la lenta ma incessante trasformazione di San Sperate in punto di riferimento artistico, economico e civile per tutta la Sardegna.

Voglio raccontarvi una storia che ho vissuto personalmente tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ‘70. Perché mi sembra che oggi quell’esperienza possa costituire un vero modello di sviluppo locale. Basato sull’architettura tradizionale e i prodotti della terra. Un modello che ha avuto nella cultura il suo lievito naturale. E dove la Cultura è intesa prima di tutto come apprendimento sociale. Dove cioè la conoscenza prima che un’acquisizione dei singoli individui, è un’acquisizione delle comunità.

In questa esperienza si apprende e si lavora insieme e insieme si decide in cosa credere e su cosa concentrarsi. E in forza di ciò si produce innovazione.

Questa storia ci dice che gli spazi pubblici vissuti come palestre di vita civile formano alla cittadinanza. Che la Cultura è cittadinanza. Oggi, di fronte al fallimento di un modello di sfrenato individualismo, di privatizzazione della sfera economica; dove le comunità locali sono state progressivamente private del loro potere di decidere cosa produrre; dove la cultura è vista per lo più come intrattenimento a pagamento, la vicenda di San Sperate è lì a dirci che un altro modo è possibile.

In quegli anni alcuni giovani di San Sperate si incontravano di frequente – io ero fra questi – per discutere dei problemi del comune. Ci interrogavamo sulla nostra condizione, sul nostro paese e sul futuro. Ci domandavamo in che modo avremmo potuto migliorare e far progredire il luogo dove vivevamo e a cui si sentivamo legati. Volevamo renderlo un posto dove valesse ancora la pena vivere.

Tra noi c’era Pinuccio Sciola, oggi affermato artista a livello internazionale. Ma già allora aveva avuto diverse esperienze di studio fuori dall’isola e occasione di confrontarsi con artisti di varie parti d’Europa. A lui venne l’idea di organizzare, nella tarda primavera del 1968, una singolare iniziativa.

Le feste paesane erano in Sardegna un momento in cui le comunità si ritrovavano e si rappresentavano, con modi e forme che ne rinforzavano l’identità. Nella festa del Corpus Domini questa rappresentazione assumeva anche un carattere “artistico”. Gli abitanti del paese realizzavano – lungo le strade dove passava la processione – gli altarini. Cospargevano il fondo stradale di petali di rose e foglie di menta. Nei muri di cinta delle case venivano esposti tappeti e lenzuola, ricamati dalle donne con i motivi tipici della tradizione sarda. L’effetto estetico era davvero suggestivo.

Pinuccio Sciola ne trasse stimolo per una nuova e originale creazione artistica.  Il gruppo dei giovani sansperatini iniziò imbiancare con la calce i muri in mattoni crudi delle case che si affacciavano sulla via della processione. Su quello sfondo Sciola e altri artisti di varia provenienza (sardi, italiani e stranieri) realizzarono i loro disegni. Nascevano i murales. Nasceva il paese museo.

La via Concordia – che era stata attraversata dalla processionev – fu solo la prima. Nei mesi e negli anni successivi si realizzarono moltissimi altri murales. Dapprima furono rappresentati soggetti che avevano attinenza con la vita quotidiana, con il mondo contadino di riferimento della comunità, con avvenimenti di attualità in quegli anni. Successivamente, via via che il gusto si affinava e la platea dei visitatori si allargava, sugli sfondi bianchi dei muri delle case trovarono spazio anche forme di arte moderna. Nelle piazze comparvero statue di nuova realizzazione, accanto ad antichi utensili della civiltà contadina.

Intanto il gruppo dei giovani che si riuniva intorno allo scultore Pinuccio Sciola si allargava sempre di più. Si organizzava in associazione – l’associazione “Paese Museo”. L’attività artistica continuava instancabilmente, ma era solo una delle tante forme dell’impegno dei giovani.

Sorretti da una forte volontà di migliorare e rendere bello il paese dove vivevano, quei giovani sansperatini, con altrettanta passione, si occupavano di verde pubblico, di arredo urbano e selciatura delle strade del centro storico.

I giovani dell’associazione “Paese Museo” volevano far progredire la loro comunità anche economicamente. Negli anni precedenti gran parte delle tradizionali colture cerealicole erano state sostituite dalla coltura del pesco. Ma ancora la riconversione dell’economia tradizionale con le colture specializzate non dava i risultati sperati. Il mercato non riusciva a dare il giusto valore alle nuove produzioni e non ricompensava adeguatamente il lavoro che c’era dietro.

Gli artisti del movimento, a cui aderivano anche molti figli di agricoltori, interpretavano il disagio della loro comunità e lo rappresentavano nei murales. Ma fecero anche qualcosa di più concreto.

Sfruttando l’attenzione che la stampa aveva iniziato a dedicare al progetto “Paese Museo” e alla trasformazione artistica del paese, organizzarono la sagra delle pesche di quell’anno. Negli stand allestiti nei vari angoli del paese si esponeva e si vendeva a prezzo modico il prodotto locale, fornito dagli agricoltori organizzati in cooperativa.

La scommessa si rivelò vincente. Attratti da quella originale iniziativa, arrivarono da Cagliari e dai paesi di quasi tutta la Sardegna fiumi di visitatori. Le pesche di San Sperate andarono a ruba e da allora sono conosciute e apprezzate in tutta l’isola.

I sistemi di irrigazione impiantati dall’Ente Flumendosa fecero il resto. La produzione delle pesche divenne più abbondante e le famiglie dei contadini videro crescere i loro guadagni. Tutta l’economia locale ne trasse beneficio. Ancora oggi – in epoca di globalizzazione – le pesche di San Sperate, grazie alla loro qualità, riescono a reggere la concorrenza dei migliori prodotti di importazione.

La voglia di modificare la realtà intorno attraverso l’arte faceva maturare anche il desiderio di migliorare la nostra conoscenza del mondo. Cresceva il bisogno di costruirci gli strumenti adeguati per cambiare anche le nostre stesse vite. Così accanto ai corsi di inglese – che era diventato urgente conoscere per comunicare con gli artisti stranieri – si organizzavano corsi gratuiti per preparare i giovani che desideravano ottenere la licenza media.

Il gruppo si consolidava anche intorno ad attività teatrali. Ma l’impegno più stimolante rimaneva l’attività a supporto del muralismo. Ci si incontrava a pranzo o a cena con i diversi artisti che fin dall’inizio avevano sostenuto il progetto di “Paese Museo”. Uno di questi era Foiso Fois, noto pittore sardo, preside del liceo artistico di Cagliari. Autore di uno dei primi murales di San Sperate, La capra mediterranea. Prezioso fu anche il rapporto con una personalità di fama internazionale, l’archeologo Giovanni Lilliu.

Tutti questi importanti intellettuali ci parlavano con semplicità, spesso in lingua sarda, rendendo comprensibili a noi i concetti più profondi.

I proprietari delle case che facevano da supporto ai murales collaboravano con gli artisti, offrendo loro acqua e vino; invitandoli a colazione e a pranzo e in tanti altri modi. A loro volta i loro bambini, incuriositi da quello che succedeva intorno a loro, venivano coinvolti dagli artisti nella realizzazione delle opere. Procuravano l’acqua per diluire la tinta, lavavano i pennelli, stendevano qualche zona di colore sul muro. Osservano le opere crescere lentamente, tra le incertezze e le cancellature degli artisti. Seguiti e istruiti da Sciola, diventeranno i futuri muralisti del Paese Museo.

Tutta la comunità discuteva dei murales. Ne approvava o respingeva lo stile e il contenuto. Si discuteva animatamente sugli articoli dei giornali (regionali e nazionali) che parlavano di quanto stava accadendo a San Sperate: ci si specchiava o si rifiutava la rappresentazione che ne facevano.

Si rafforzava il legame dei giovani con la comunità. La comunità definiva la sua nuova identità.

Parallelamente cresceva la consapevolezza di poter incidere più profondamente nella trasformazione della realtà. Fu così che nelle elezioni del 1970 il movimento di “Paese Museo” presentò una sua lista, con Pinuccio Sciola come sindaco. Le elezioni furono vinte dal partito comunista ma la nostra lista ottenne un inatteso e insperato successo.

Attraverso i suoi 4 consiglieri, “Paese Museo” iniziò così a fare le sue proposte per migliorare il paese. Su impulso di “Paese Museo” ci si aprì al confronto con altre realtà vicine. Si iniziò ad adottare politiche di indebitamento pubblico per la costruzione di opere di pubblica utilità. Cosa che, prima di allora, nessuno aveva mai osato prendere in considerazione.

Ma il tema che ci stava più a cuore era la riqualificazione del centro storico e la salvaguardia delle case tradizionali. Un ruolo importante in questo senso lo svolse l’ing. Enrico Milesi. Enrico Milesi era un brillante giovane studioso dell’Università di Cagliari che già collaborava con l’associazione Paese Museo.

Ci istruiva sulle norme in materia urbanistica e sull’importanza di salvare il centro storico e i materiali con cui erano costruite le case tradizionali. L’amministrazione lo incaricò di preparare un nuovo programma di fabbricazione, che doveva armonizzare il nuovo con l’architettura e l’urbanistica preesistente. Fu avviato un censimento degli archi in mattoni crudi e dei portali in legno.

La giunta di sinistra non riuscì a fare il programma di fabbricazione. Tutto intorno alle case tradizionali cominciavano a nascere nuove abitazioni, poco rispettose delle distanze e altezze. Ma il vero pericolo per la sopravvivenza dell’antico patrimonio abitativo era rappresentato dagli stessi proprietari, allettati dalla prospettiva di una nuova casa da sopraelevare per i propri figli.

In quegli anni infatti una legge regionale autorizzava, e  persino auspicava, la demolizione delle vecchie case e la loro ricostruzione con i moderni materiali. Con le case campidanesi tradizionali in terra cruda rischiavano di scomparire anche i murales, che gli artisti avevano dipinto nei muri di cinta. Per difendere le case tradizionali gli attivisti di Paese Museo e i suoi rappresentanti in consiglio comunale entrano in conflitto con l’amministrazione.

Solo con la nuova generazione di amministratori il movimento di “Paese Museo” iniziò a raccogliere i frutti dell’opera di sensibilizzazione in difesa del valore identitario del patrimonio tradizionale, rappresentato dall’intreccio, ormai inestricabile, tra case in mattoni crudi e murales.

Negli anni ’80 diventa sindaco una giovane donna eletta tra le fila del PCI, Amalia Schirru. Si aprì allora una stagione di dibattiti e assemblee pubbliche sul tema. Determinante per spostare l’opinione pubblica a favore della conservazione delle case tradizionali fu una coraggiosa iniziativa.

La svolta: il recupero del vecchio edificio comunale.

Più di ogni teoria valse la scelta di recuperare il vecchio edificio comunale, costruito in mattoni crudi. Questa scelta dimostrò che la terra cruda poteva essere riutilizzata e avrebbe anche potuto rappresentare la ricchezza del paese.

In tanti allora si convinsero che la casa campidanese. con la sua struttura a corte non era solo una tipologia abitativa funzionale all’economia agraria del passato. Come è’ ormai scientificamente dimostrato i mattoni in terra cruda sono isolanti. E la struttura della casa, con il loggiato (sa lolla) aperto sul cortile, favorisce la refrigerazione delle stanze interne. Stessa funzione termoregolatrice del microclima della casa ce l’ha anche il portale in legno che si affaccia sulla strada.

Oggi le case tradizionali ristrutturate nel rispetto dell’antica tradizione, accostate all’arte che ospitano nelle loro pareti esterne, sono quelle che più hanno visto aumentare il loro valore commerciale. Ma soprattutto queste case non hanno cambiato proprietà, come spesso capita nei quartieri storici ristrutturati delle città d’arte. I suoi proprietari originari non sono stati respinti nelle periferie. Nelle case campidanesi vivono ancora i figli e i nipoti degli antichi contadini, spesso contadini essi stessi.

Negli ultimi decenni, molte persone hanno scelto di venire a vivere nel nostro paese dalla città e dai paesi vicini. Attirati dalle suggestione del paese Museo, divenuto nei decenni un vero deposito di arte tradizionale e contemporanea, locale e internazionale. I nuovi residenti hanno acquistato nelle nuove zone periferiche residenziali.

 

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