25 mar 2013

Pastorizia e cooperazione, l’unione fa impresa

Relatore: Renato Illotto.

Il movimento dei pastori sardi ha visto crescere l’attenzione intorno alle sue proteste ed alle sue richieste, fino ad ottenere una visibilità nazionale ed internazionale. Le esigenze che muovono i pastori sono compatibili con le moderne regole delle istituzioni e del mercato? Vi sono esperienze – non marginali – che consentono una risposta positiva, se pur sottoposte a diverse faticose condizioni.


Buonasera a tutti, io sono un pastore e devo per forza parlare di pastorizia, di quella sarda naturalmente. Pastorizia è un termine molto generico, descrive l’allevamento delle pecore: quello della pecora sarda è completamente diverso dall’allevamento praticato nel resto del mondo. Perché?

Il primo fattore è che la pecora sarda produce latte, mentre nel mondo intero la principale produzione è di lana e di carne. In Sardegna la produzione ha una caratteristica originale: il pascolo è brado o semibrado, l’animale dunque è libero, si nutre naturalmente, scegliendosi il cibo.

Questo comporta che il cibo mantenga tutti i profumi e i sapori di tutto ciò che è la Sardegna, una delle poche zone nel mondo che ha una altissima percentuale di prodotti naturali, il che è un elemento che fa la differenza.

Se dovessimo fare un paragone fra il resto del mondo e la Sardegna, che anche se è in Italia, rimane isolata, diremmo che in altri posti, rispetto alla produzione del latte e non solo, l’animale è costretto dall’uomo a un certo tipo di nutrimento: mangi quello che io ti do, e mi dai quello che voglio, dunque il contrario di ciò che succede da noi.

La differenza è abbastanza chiara, ma attenzione: questo è un grosso vantaggio che il sardo non ha mai saputo valorizzare, tanto da diventare una criticità.

Il prodotto sardo è riconosciuto come buono, ma la moderna produzione si scontra da sempre con il problema dei ricavi. Guadagno di cui si parla da un secolo e mezzo, dal momento che prima si parla solo di baratto, lo scambio all’antica. Da allora il commercio e la speculazione pesano sul pastore. Da questa situazione particolare, chi ci ha guadagnato?

Chi è stato vigile alle spalle del pastore, cioè l’industriale privato, che ha commercializzato il prodotto dei pastori, visto che questi lavoravano senza fare attenzione al fattore più importante, cioè a vendere il prodotto trasformato.

In questo contesto, rispetto ai mercati, le zone più ricche sono già nelle mani di pochi e non è facile potersi inserire o sostituirli. Naturalmente il mondo è grande, gli spazi ci sono, ma il pastore è debole, e solo in pochi casi il pastore ha avuto l’opportunità di trovare spazio.

Questi fatti hanno provocato reazioni, movimenti di gruppi importanti, che portano in piazza il loro disagio. Sono episodi ciclici: adesso è un momento positivo, perché il prezzo del principale prodotto ovino, il pecorino romano, ha ripreso quota nel mercato internazionale, dunque il pastore è contento.

Ma attenzione: ciò che lo soddisfa adesso, gli fa dimenticare la rabbia precedente, e che la situazione attuale è solo un momento, e la Storia ci insegna che i brutti momenti ritornano.

Con ciò voglio dire: onore a chi reagisce e movimenta masse manifestando la propria contrarietà, ma questa gente, come il movimento dei pastori sardi, che nasce con un’idea giusta, in momenti come questi si rilassa. E questo non va bene.

Io sono anche rappresentante della più grande azienda cooperativa in Sardegna: ha 46 anni di vita, un tempo lunghissimo, una enormità, ma in Sardegna siamo molto lenti, normalmente anche di più.

Questa è una bella struttura, ma per metterla su è stato fatto un sacrificio enorme, da parte di amministratori, soci e collaboratori passati ed attuali. Sono state imposte diverse regole per ottenere questi risultati. Regole e sacrifici non piacciono a nessuno, ma senza di questi non si ottiene nulla.

Ora come ora in Sardegna ci saranno 45 caseifici medio – grandi, altri sono minuscoli. L’anno scorso hanno chiuso in 6; quest’anno ne chiuderanno altri. Il pastore, mi dispiace dirlo perchè sono uno di loro, fa come le pecore, dove si sposta uno, si spostano gli altri, ed è la cosa più sbagliata: le cose si fanno con pazienza, intelligenza e sacrifici, come per gettare le fondamenta di una casa, che altrimenti cade in un paio d’anni con il prino colpo di vento.

I risultati che stiamo ottenendo, oltre alle regole, sono dovuti anche alle importanti collaborazioni con l’università, con istituti che hanno favorito la nostra modernizzazione: perché quello che è sempre stato fatto, dev’essere adeguato alla domanda attuale, mantenendo i valori importanti come i profumi e le caratteristiche del prodotto, dato che l’acquirente può anche avere cambiato gusto, e bisogna pur chiedere a chi compra se è soddisfatto. È superata l’idea di offrire sempre lo stesso (mono – prodotto), anche se non piace.

Noi ci muoviamo in questa direzione, entrando in nuovi mercati internazionali, ramificandoci con successo, ottenendo interessanti risultati, ma sempre in prospettiva, più che nell’immediato.

Come detto, è possibile che adesso i bilanci delle aziende siano positivi, ma 5 anni fa, per i motivi che ho detto prima, erano disastrosi, principalmente perché, nella maggior parte dei casi, tutto è legato al prezzo di un mono – prodotto: se un anno si verifica la caduta del suo prezzo, quel momento di euforia viene sconvolto, e non c’è modo di creare dei presupposti di crescita solidi.

Questo problema va assolutamente superato: è come una caramella, per cui chi è bravo a guadagnare nel privato, approfitta della situazione e propone una offerta ingannevole: adesso che la congiuntura è positiva il prodotto te lo pago di più, ma di prospettive non ce ne saranno mai. Il pastore accetta, non riesce a ragionare: “il privato mi offre 2 cent in più della cooperativa”, con la differenza che questa non vive del momento, va avanti per una vita intera, per più generazioni, ha degli obbiettivi, e tu pastore, non devi capitolare per quella caramella, per quei 2 centesimi in più.

E’ facile cedere, è un inganno, una truffa. Il pastore deve stare più attento e capirlo.  La nostra pazienza non finisce mai: a me e ai miei compagni ci aspetta una missione, nel senso che c’è da perderci tempo, da stancarsi, da far capire al povero pastore che insieme possiamo riuscire ad ottenere risultati importanti.

Agire insieme: non parlo solo della cooperativa che rappresento, ma questa può essere presa da esempio perché ha ottenuto risultati importanti: il caseificio, il più nuovo della Sardegna, costato 35 mld delle vecchie lire, un enormità, è stato pagato dai pastori, con un piccolo contributo, inoltre in continuo calo.

Questa prospettiva deve rasserenare il pastore, che può dire: “Io ho la mia casa”. Questi deve capire che è lui l’industriale, e pensare: “faccio tutto io, e me lo vendo io”.

Naturalmente, la gestione dell’organizzazione non dev’essere affidata, come spesso avviene, al rappresentante di questa o quell’azienda.  Questi deve dare all’azienda la strategia, ma tutte le altre funzioni devono essere delegate a gente con capacità, tecniche, amministrative e commerciali, sennò l’egoismo danneggia tutti.

La mia proposta al mondo dei pastori è: Uniamoci! perchè anche se siamo tutti a conoscenza dei fallimenti di cooperative e consorzi di questi anni, si trovano delle belle idee a cui rifarsi per ottenere dei risultati.

Per noi la cosa più bella è l’orgoglio di esserci riusciti, e la caramella ce la produciamo e succhiamo noi, senza occuparci di ciò che fanno gli altri.

One Response to Pastorizia e cooperazione, l’unione fa impresa

  1. Mi praxit meda comenti est stètia posta sa chistioni, fueddendi de pastorìtzia s’est fueddau de sa Sardìnnia e de is Sardus, de comenti seus e de comenti iaus podi essi. gràtzias
    Ndi apu scritu in custa pàgina:
    “caramellas-non-ndi-boleus-prus”

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