Alcune idee sullo spopolamento in Sardegna

Relatore Gianfranco Bottazzi: l’argomento della mia conversazione è lo spopolamento. Penso sia opportuno premettere tre considerazioni per meglio inquadrare il caso Sardegna. La prima è che tra i fenomeni economici, la crescita economica, e i fenomeni demografici, c’è un rapporto molto forte.
Recentemente un libro molto noto ha ribadito che la crescita, cioè l’aumento del PIL, è fortemente legato alle dinamiche demografiche. Per cui in passato abbiamo avuto una grande crescita del PIL anche collegata alla grande crescita demografica, il che significa che quando la popolazione diminuisce molto difficilmente si può avere un fenomeno di crescita del PIL. La seconda considerazione riguarda il fatto che i fenomeni demografici, più di qualunque altro fenomeno sociale, hanno una fortissima inerzia. Il che significa che le grandezze che normalmente fanno parte della demografia natalità, mortalità, nuzialità, etc. cambiano molto lentamente nel tempo. Significa anche che – si veda il caso della Cina – politiche anche molto determinate, molto autoritarie, per esempio per ridurre o aumentare la natalità, impiegano decenni per poter avere effetti sensibili. Non basta cioè una qualunque legge o provvidenza governativa per determinare automaticamente un aumento, ad esempio, della natalità. La terza considerazione è che oggi siamo in presenza della fine di una preoccupazione durata decenni, accesa da un libro famosissimo del ’72, The limits to growth, del Club di Roma – impropriamente tradotto in italiano. Esso paventava, riprendendo una lunga tradizione delle scienze sociali – una crescita spaventosa della popolazione. La cosiddetta bomba demografica. Essa avrebbe portato all’esaurimento delle risorse della terra nell’arco di pochi decenni. Questa previsione è risultata completamente sballata. The limits to growth prevedeva che nel 2020 avremmo avuto 20 miliardi di abitanti sulla terra. In realtà siamo poco sopra i 7 miliardi. La dinamica si è invertita. La previsione non è stata corretta. Non solo: nella gran parte del mondo cosiddetto sviluppato, oggi abbiamo un problema che non è di sovrappopolazione ma casomai di sottopopolazione. Nel senso che c’è un declino demografico marcatissimo, con una serie di conseguenze che proverò a toccare. In Europa, per esempio, si fa fronte a un declino demografico che crea numerosi problemi. Le previsioni anticipano che la popolazione dell’Europa, circa 500 milioni, dovrebbe essere diminuita di 10 milioni rispetto alla situazione attuale. Questo nonostante un saldo positivo di 40 milioni di immigrati.
Il che vuol dire che si fanno talmente pochi figli, in Europa che il declino della popolazione, soprattutto quella di origine europea, è destinato fatalmente a diminuire.
In demografia si usa il tasso di fecondità il numero dei figli che ogni donna fa nella sua vita feconda quando è inferiore a 2,1 la popolazione entra in sofferenza, la struttura demografica si distorce. Beh, in Europa nessun paese raggiunge il 2,1. I paesi che hanno avviato, da anni, una politica di sviluppo della fecondità – come Francia, Regno Unito, Paesi scandinavi sono vicini all’1,9.
Comunque sotto il livello che consente la riproduzione stazionaria della popolazione.
In Italia siamo all’1,45 (ancora sotto); in Sardegna all’1,15 (ancora più sotto). Quindi c’è un problema di popolazione della Sardegna che, secondo le previsioni, da qui al 2050 diminuisce del 10% e da qui al 2060 diminuisce del 17%. Questo significa che esiste un problema della Sardegna, nel suo complesso, di popolazione. Ma la Sardegna si complica. Perché all’interno della Sardegna c’è un fenomeno molto importante (che va avanti da decenni), di modifica degli assetti degli stanziamenti della popolazione. Dopo una tendenza millenari, perlomeno da 2000 anni le popolazioni rifuggono le coste e vivono soprattutto all’interno. Per tante ragioni: la malaria (quasi tutte le coste erano malariche); le invasioni; la stessa forma di economia prevalente che prevedeva l’allevamento brado (le zone interne erano particolarmente vocate a questo utilizzo).
Negli ultimi 50 anni si è dato un fenomeno che scherzosamente si può definire “la ciambella”
il centro della Sardegna si è progressivamente vuotato e si sono riempite le coste. E’ possibile individuare una diagonale che va grosso modo dal nord ovest al sud est della Sardegna, in cui la maggior parte dei comuni (se non tutti) sono in uno stato di grave, gravissima, sofferenza demografica. Il che vuol dire che perdono popolazione, i morti sono superiori ai nati, c’è un invecchiamento molto pesante della popolazione. Nel complesso su 377 comuni della Sardegna, 270 circa sono in stato di sofferenza grave, gravissima. Si può anche facilmente prevedere che se le tendenze sono quelle degli ultimi 20 anni, da qui al 2035/2050 interi paesi spariscono, non ci sono più. Si desertifica il territorio. Perché lo spopolamento è un problema grave? Proviamo a dire qualcosa sui due aspetti su cui svilupperò il ragionamento. Cioè le cause dello spopolamento e i possibili rimedi. Cosa si può fare? Se si può fare qualco . . . Allora, lo spopolamento è un fenomeno del tipo circolo vizioso. Cioè un fenomeno che si autoalimenta: più un comune, un territorio, perde popolazione, più è destinato a perderne altra. Perché meno popolazione significa meno domanda di servizi e di conseguenza meno servizi.
E’ un fenomeno molto grave. Perché? Perché in primo luogo – ma questo ce lo insegnano i geologi, gli urbanisti, una quantità di discipline – quando la montagna, la collina medio-alta, si spopola, soffre la pianura. Perché viene meno quella manutenzione del territorio che nei secoli ha garantito che fenomeni meteorologici – che peraltro diventano sempre meno improbabili, anzi diventano sempre più probabili – fuori controllo possano creare quei guasti che in Sardegna negli ultimi anni abbiamo, in varie situazioni, abbiamo conosciuto.
La seconda ragione è che la Sardegna nella sua storia, nella sua identità, è una terra di comuni, di paesi.
Se spariscono i paesi sparisce anche un pezzo dell’identità della Sardegna. Anche la rivalità tra i paesi fa parte dell’identità della Sardegna. E’ la storia, il passato. Non stiamo parlando di un passato remotissimo: è ieri e l’altro ieri.
Terzo ed ultimo, non per importanza, è quando la popolazione non c’è, o è molto anziana.
Si prevede che – adesso siamo al 20% di popolazione con più di 65 anni – nel 2050 siamo al 30% di popolazione con più di 65 anni. Ovviamente nelle zone spopolate la percentuale è ancora più alta. Allora, come si può immaginare lo sviluppo con popolazione over 65?
Processo di sviluppo significa impiegare risorse per il futuro. Creare le basi per il futuro.
Si può immaginare che chi ha superato una certa soglia d’età possa avere un grande futuro?
Lo dico con dispiacere. Anch’io sono tra quelli che non hanno un grande futuro. E’ un problema molto serio. Non servono i piani di sviluppo se non c’è popolazione.
Quindi, lo spopolamento è una variabile decisiva per immaginare le possibili soluzioni.
Perché i comuni si spopolano?
C’è una letteratura ormai sterminata, non del tutto convincente. Si sostengono sempre le solite cose che non spiegano.
Una causa, sicuramente, è la mancanza di occupazione. In realtà è la percezione che altrove ci sia occupazione a portare allo spopolamento.
Non il fatto che altrove ce ne sia effettivamente di più. Il dramma della disoccupazione, oggi, è un problema serio. In tutte le aree sviluppate ma soprattutto nelle aree urbane.
Qualcuno potrà essere stupito, ma c’è un più alto tasso di disoccupazione a Cagliari che non a Nuoro. Perché dove c’è più popolazione che cerca lavoro i tassi ne risentono.
La seconda ragione sono i servizi. Dalla sanità all’istruzione, a internet (che è ancora un grosso problema per buona parte delle zone interne della Sardegna). Sulla base di esperienze di altri paesi,
sappiamo che grandi investimenti in infrastrutture e servizi, non modificano il trend.
lo spopolamento continua. ne abbiamo una prova anche in Sardegna. Nella zona del nuorese, soprattutto, c’è una concentrazione di sale congressi, impianti sportivi, palestre comunali, etc.
costruite negli anni ’70 e ’80 (forse per cercare di arginare lo spopolamento) però sono nella maggior parte dei casi inutilizzate ormai spesso inutilizzabili. Perché una struttura alla quale non si fa manutenzione, dopo poco, diventa inutilizzabile. Quindi non si può dire cha sia soltanto mancanza di servizi. Anche se certamente le difficoltà nei servizi rappresentano un elemento che incide sullo spopolamento. C’è una ragione, complessa, sfumata, sintetizza tutte le altre. E’il fatto che nella nostra società, si è affermato un modello di vita che è quello della città, quindi il modello urbano industriale, con tutto quello che la città significa. La città rappresenta sociologicamente, antropologicamente, la liberazione da tanti condizionamenti che derivano dal controllo sociale, molto forte nelle piccole comunità.
Lo dico con una battuta: Una ragazza che incontra un ragazzo in un piccolo paese dell’interno dopo tre ore è ufficialmente fidanzata. La ragazza non gradisce questo. Forse neanche il ragazzo. Così quando possono se ne vanno. Dove? In città.
La città è anonima. Puoi incontrare chi vuoi, nessuno ti vede, nessuno ti conosce. La città offre insomma dei vantaggi. Non sempre tutto ciò è vero. Non è importante quanto ciò sia vero ma quanto sia creduto vero. Quindi la città attrae, attira. E’ un modello di vita assolutamente dominante. Altrove il problema non è stato risolto del tutto, ma fortemente mitigato urbanizzando la campagna. Penso alla Toscana, all’Umbria, all’Emilia, al Veneto. Qui le campagne hanno più o meno le stesse strutture e gli stessi servizi delle città. Per cui la spinta ad andarsene è stata attenuata. E meno forte. Nelle campagne ci sono tutte le infrastrutture, qualche volta di più, di quelle che sono disponibili nella città. Questo ha attenuato il flusso di spopolamento. In Sardegna purtroppo le cose non stanno così. La campagna non è stata urbanizzata. E quindi continua una forte spinta ad andarsene. C’è anche voglia di tornare. Ma quanto durerà? Oggi si torna una volta all’anno: per la sagra, per la festa, per il patrono, per la festa delle castagne, per la festa delle fragole, etc. Probabilmente in futuro questa spinta a ritornare verrà progressivamente meno. Quindi è un problema estremamente complicato. Come fare? Cosa fare? E’ una domanda di difficilissima risposta. Sono necessarie diverse politiche. Servono tante cose da fare insieme. Probabilmente un modo interessante è quello di guardare con occhi nuovi e diversi all’immigrazione. So bene che tocco dei nervi scoperti. Soprattutto in questa temperie storica, l’emigrazione/immigrazione non godono di grande simpatia. Anche perché in maniera del tutto erronea si confonde immigrazione con terrorismo. Si tratta di fenomeni completamente diversi, anche se qualche volta possono sfiorarsi. La Sardegna ha avuto nella sua storia tanti tentativi di ripopolamento. Perché il tema della scarsità di popolazione è sempre stato presente. Tali tentativi non hanno avuto un grandissimo successo. Allora, se i sardi in passato sono andati ad occupare i terreni abbandonati in Toscana, perché non ipotizzare che oggi altri possano occupare i terreni abbandonati dai sardi nelle zone interne della Sardegna? Certo che questo non è un discorso da fare in maniera superficiale/generica, dicendo “apriamo agli immigrati”. Si tratta di mettere in atto delle politiche. C’è qualche segnale nel dibattito politico. Recentemente ho sentito qualcuno che timidamente prospettava questa idea. E credo che bisogna affrontare il tema con molta prudenza. Ma anche con intelligenza. Senza fermarsi ai fenomeni di breve periodo, come può essere l’attuale flusso disordinato che viene da paesi in guerra, come la Siria, l’Iraq, l’Afganistan. +18:18 – Ma guardare a una prospettiva più ampia. Si può anche immaginare la politica, che si possano avere canali privilegiati, immaginare dei contratti, degli accordi, dei rapporti. Quindi, guardiamo a questa prospettiva tenendo conto che l’emigrazione è un problema ma potrebbe anche essere una risorsa. Grazie.

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